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La Legalità? Si impara da piccoli

MILANO – Sono partiti dalla Costituzione. Articolo 30, diritto e dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli. Dice, sempre la costituzione, che in caso di incapacità genitoriale debba intervenire lo Stato. «Noi l’abbiamo interpretato alla lettera», dice Anna Paracchini, presidente dell’associazione Valeria. «Siamo un team di giuristi esperti di diritto minorile e di famiglia, donne e uomini al servizio dello Stato. Madri e padri non spiegano più concetti importanti come la legalità? Lo facciamo noi».

IL FESTIVAL DEI BENI CONFISCATI – In questi giorni a Milano si tiene il primo Festival dei Beni confiscati alle Mafie, più di novanta eventi in appartamenti, laboratori ed esercizi commerciali utilizzati un tempo per riciclaggio, traffico di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione. Per molti cittadini non sarà una sorpresa. Da tempo, ancora prima che le istituzioni creassero appositi organi per la lotta alla criminalità, piccole associazioni avevano scelto, come raccontiamo nelle pagine di Città del Bene del Corriere Milano di domenica 11 (mail a pervoi@corriere.it) di impegnarsi, con formule diverse, per combattere la cultura dell’indifferenza e del silenzio. E diffondere quella della legalità.

LE ASSOCIAZIONI – Come fa, appunto, l’associazione Valeria. Che entra nelle scuole con il codice penale sottobraccio. «E’ per far capire ai più giovani, cittadini del futuro», spiega ancora Anna Paracchini, «che c’è un confine e si può e si deve scegliere da che parte stare». Avvocati e giudici della onlus si presentano ai ragazzini delle medie vestiti con la toga. «Dà serietà alla cosa e accende entusiasmo verso la Legge», sottolinea Yela Scardellato, da diversi anni impegnata in questa attività. Che spiega come funziona. «Abbiamo previsto due incontri», racconta. «Al primo appuntamento saggiamo le conoscenze degli studenti. Abbiamo realizzato un piccolo questionario, con domande semplici e dirette: sai cosa è il Tribunale, conosci la differenza fra diritto civile e penale, cosa succede a un minorenne che compie un reato».

GLI ESPERTI – Una volta raccolte le risposte, gli esperti parlano con la classe: spiegano, rispondono alle domande, fugano dubbi. Poi lanciano la proposta: simulare un processo del Tribunale dei Minori. «Decidiamo insieme a loro il capo d’imputazione, orientando le scelte della classe verso situazioni che potrebbero aver incontrato o comunque tipiche della loro fascia d’età. Il bullismo che porta all’estorsione di piccoli importi, la rissa che finisce male, l’acquisto di stupefacenti e la successiva vendita agli amici, la rapina del cellulare». A questo punto vengono assegnate le parti. Come in un vero processo: c’è l’imputato, i testimoni, gli avvocati della difesa, tre o quattro giudici (togati e onorari), un poliziotto.

IL PROCESSO IN CLASSE – I ragazzi discutono fra loro e al successivo incontro con l’associazione la corte entra in scena. «Li facciamo giurare sul codice, e tutti si meravigliano sempre perché nei film americani si vede la Bibbia», racconta la presidente, «poi iniziamo. La drammatizzazione è sempre molto divertente, anche per noi, e utilissima. Interpretando in prima persona interiorizzano cose molto importanti: come si sente la vittima, come una bravata possa sfuggire di mano e diventare reato, il ruolo dei complici, la falsa testimonianza». E al momento del giudizio? «I giovani sono giustizialisti, le pene che chiedono sono sempre incredibilmente alte, anche dieci anni di carcere».

Marta Ghezzi

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